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Quali nuovi strumenti di riduzione del danno si possono portare a Bologna, sull’esempio di avanzate esperienze europee?
Open Group ne sta ragionando con ASP e Azienda USL di Bologna, sulla base dell’esperienza del progetto europeo Erasmus + KA1 “Mobilità nelle Pratiche alternative di interventi locali di riduzione del danno”, concluso da poco. Scopo del progetto, far acquisire nuove competenze ai social worker, agli operatori sanitari e ai funzionari del pubblico e del privato.
Vogliamo approfondire questa tematica a una settimana dal 26 giugno, giornata internazionale di lotta al narcotraffico promossa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

All’interno del progetto Erasmus +, nel novembre 2019, una delegazione si è recata ad Amsterdam per una settimana per conoscere direttamente alcuni dei servizi di riduzione del danno presenti in città. Il gruppo di lavoro ha visitato quattro Drop-In gestiti dall’associazione Stichting de Regenboog Groep, tre di questi hanno al loro interno una Drug Consumption Room (Stanza del consumo), in cui le persone utilizzano le sostanze in maniera controllata.

Amoc_interno

Nella città di Den Haag è stato invece visitato il servizio di housing first Woodstock, il cui target principale è costituito da consumatori di sostanze over 50. Ha una capienza massima di 40 persone, ognuna di queste ha un suo miniappartamento indipendente. All’interno del proprio appartamento gli ospiti possono consumare sostanze in maniera libera. Possono ricevere alcune visite, non più di una persona per volta e possono uscire quando vogliono. Oltre agli appartamenti ci sono delle aree comuni e un’infermeria in cui gli ospiti possono assumere la propria terapia. Alcuni degli ospiti sono all’interno dell’Heroin Program, un programma di somministrazione di eroina medica in ospedale. Gli ospiti che sono all’interno di Woodsotck usufruiscono di una sorta di “Reddito di Cittadinanza” con il quale pagano la retta.

interno_Woodstock

Oltre agli incontri con gli operatori, ci sono stati momenti di scambio con esponenti della municipalità di Amsterdam, del Servizio Sanitario Nazionale e del MDHG (unione dei consumatori), ma anche di AMOC, realtà che da oltre 30 anni lavora con persone senza fissa dimora provenienti da vari paesi europei, fornendo assistenza di base (doccia, letto, cibo), consulenza, stanze del consumo e operatori sociali specializzati.

Del gruppo di lavoro hanno fatto parte Monica Brandoli, Responsabile del Servizio Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta di ASP Città di Bologna; Raffaella Campalastri, Programma Dipendenze Patologiche e Assistenza alle Popolazioni Vulnerabili – AUSL di Bologna; Francesca Di Corpo, Responsabile servizio Unità di Strada, gestito da Open Group per ASP. Le abbiamo intervistate.

Cominciamo con Monica Brandoli, Responsabile del Servizio Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta di ASP Città di Bologna

Quali i risultati più interessanti raggiunti con questo progetto?
Sicuramente avere conosciuto realtà diverse, aver potuto attivare un confronto con le realtà di Amsterdam ma anche tra di noi che venivamo da Bologna. È stato importante quello che è circolato rispetto a un confronto sulla possibilità di attivare sul nostro territorio delle azioni che certamente non potranno essere identiche a quelle che abbiamo visitato, ma possano essere comunque calate nella nostra realtà territoriale. Credo che questo sia forse il valore più forte del progetto.
Quali servizi tra quelli che avete visto potrebbero rispondere alle esigenze di Bologna, e con quali variazioni per adattarsi?
Sicuramente è interessantissima tutta la realtà dell’accoglienza alle persone croniche, consumatori di sostanze per via iniettiva. Sono il target che anche a Bologna maggiormente interpella i servizi, sono in parte stabilizzati e in parte da stabilizzare, pongono il problema dell’abitazione perché non riescono ad entrare negli alloggi della transizione abitativa, non hanno i requisiti. A Bologna non ci sono delle accoglienze in appartamenti, per adulti singoli, perché la priorità è sempre stata data ai nuclei familiari con minori. Oltre al tema dell’alloggio, questo target pone anche tutta la complessità di essere consumatori, di avere un’età adulta che già si avvia verso l’anzianità, comunque oltre i 50 anni. Queste persone faticano a stare nelle nostre strutture di accoglienza tradizionali, quelle che una volta chiamavamo dormitori, spesso ci restano, però non hanno il supporto che invece sarebbe molto opportuno offrirgli.
Pensiamo invece a quello che abbiamo visto là: Woodstock è una struttura di accoglienza fatta sulle modalità di un residence, con spazi comuni accanto a mono locali, dove le persone sono autonome, possono ricevere amici, fidanzati, hanno i confort di un piccolissimo appartamento con il supporto educativo che dà una struttura. Ci sono educatori, c’è la somministrazione del farmaco, c’è un presidio sanitario, quindi un contenimento molto forte dal punto di vista della salute e del problema della tossicodipendenza, una presa in carico potente, però con una situazione logistica egregia. Gli ospiti non sono in una stanza multipla con altre 4 o 5 persone, hanno i loro spazi individuali, c’è un lavoro sulla vivibilità della persona, sul recupero dei propri desideri, che è molto interessante.
E’ il servizio in termini politici più trasferibile.  Sarebbe interessante avviare un progetto insieme, il Terzo settore trova l’immobile, il Comune paga l’affitto e quello che non è nella disponibilità del Comune lo si va a cercare nel mercato. Come principio è sostenibile.
Altri strumenti di riduzione del danno che possono essere attivati sul territorio, perché abbiano un impatto positivo sulla cittadinanza?
Certamente l’ideale sarebbe la sala d’iniezione, soprattutto realizzata come la realizza AMOC, in maniera molto strutturata, seguendo dei principi metodologici davvero rigorosi. Quello sarebbe l’obiettivo a cui tendere. Ci sono delle modalità di accesso, come le persone devono stare all’interno, cosa succede per andare ad usufruire della sala di iniezione, come fare i colloqui, come andare al piano dove ci sono le docce, il cambio vestiti, le lavatrici… Apparentemente sembra uno spazio libero, ma è molto strutturato.
È un esempio trasferibile sul nostro territorio?
Purtroppo nella nostra realtà la riduzione del danno viene spesso cavalcata da alcune forze politiche come una resa al consumo di sostanze, ma non è così. In questo momento non penso potremmo importare questo modello. Sviluppando una collaborazione con la Questura, potremmo pensare ad una sperimentazione sull’analisi delle sostanze come già si sta facendo in alcune realtà italiane.
Come si comincia a parlare di riduzione del danno con i cittadini? Quali i passi da compiere?
È difficile, perché c’è un pregiudizio culturale, se l’istituzione lascia fare allora vuol dire che si concede la possibilità di usare sostanze. In realtà non è così. Io penso intanto che bisognerebbe fare dell’informazione, spiegare chi sono i tossicodipendenti, che è una vera e propria malattia e non un vizio, che il metadone è una cura, cosa significa per un tossicodipendente arrivare a smettere di farsi, perché molti di loro non ce la fanno o non ce la fanno nei tempi che vorremmo noi. Bisogna spiegare il concetto dello stare a fianco nonostante le persone continuino a farsi, un concetto difficile da capire, perché i cittadini pensano subito a soluzioni. Dobbiamo spiegare che non funziona, andare a prendere i dati, mostrare i risultati delle prime comunità terapeutiche. Le persone o stavano dentro tutta la vita o uscivano e ricominciavano a farsi. Bisogna fare dell’informazione seria.

Intervista a Raffaella Campalastri, Programma Dipendenze Patologiche e Assistenza alle Popolazioni Vulnerabili – AUSL di Bologna

Quali sono stati i risultati per lei più interessanti raggiunti attraverso il progetto?
Quello di venire a contatto con una realtà già consolidata di riduzione del danno e non semplicemente delle ipotesi, come normalmente avviene con lo studio di casi. Abbiamo potuto  vedere concretizzata una realtà efficace di riduzione del danno.
Quale servizio tra quelli visitati l’ha colpita di più?
La stanza del consumo gestita da AMOC e Woodstock, la residenza tipo cohousing per vecchi tossicodipendenti.
Abbiamo potuto visitare una stanza del consumo molto ben organizzata, dove c’è una sorveglianza sanitaria, dove ci sono i presidi che possono essere usati dai consumatori e dove chi consuma non può stazionare.
Per quanto riguarda Woodstock, l’aspetto positivo è la grande flessibilità e la grande tolleranza, rispetto alle scelte personali dei pazienti.  È una specie di RSA, una residenza sanitaria assistita, dove c’è personale medico e infermieristico, ma in cui ognuno ha uno spazio vitale, una piccola casa.
Che cosa tra ciò che ha visto potrebbe rispondere alle esigenze di Bologna?
Sicuramente Woodstock. Noi ci troviamo davanti a una coorte di tossicodipendenti che hanno cominciato ad usare sostanze negli anni 70 – 80, alcuni continuano a consumare altri no, ma la maggior parte di loro ha una serie di problematiche sanitarie importanti. Per le loro caratteristiche di personalità o per il loro consumo, non riusciamo ad accoglierli nelle strutture esistenti, oppure li inseriamo in contesti come le Residenze Sanitarie Assistite. Ma in queste realtà, per una persona di 50/60 anni, anche se con molte patologie, vivere con persone di 90 anni, non autosufficienti rappresenta una sorte di isolamento da tutto il contesto sociale che lo mantiene vitale e con capacità relazionali.  Per Bologna mi piacerebbe poter realizzare una cosa analoga.
Secondo me anche la stanza del consumo si potrebbe attivare a Bologna. Potrebbe essere una buona cosa dal punto di vista della sanità pubblica, ma anche dal punto di vista della salute dei pazienti stessi. Anche perché l’alternativa è quella attuale, cioè scene del consumo aperte, più o meno in tutta la città, senza nessun tipo di sorveglianza, con grossi rischi per i pazienti, qualche rischio sanitario per la popolazione e soprattutto pochissima tolleranza da parte dell’opinione pubblica. Secondo me una stanza del consumo a Bologna risponderebbe a queste tre esigenze. La discriminante è quanto dovrebbe essere sanitarizzata, ad Amsterdam c’è presenza di operatori ma non medici o infermieri. Penso ci vorrebbe maggiore presenza di personale medico e soprattutto infermieristico.
Come parlare ai cittadini di riduzione del danno?
Ad Amsterdam è stata fatta una azione di grande sensibilizzazione della popolazione, con numerosi interventi di infoeducazione e sono arrivati a questi luoghi dove ci sono le stanze del consumo.
Parlare di riduzione del danno è stato complicato anche per loro che sono estremamente pragmatici. Secondo me è dalle scene aperte del consumo che si può partire per parlare di riduzione del danno, cominciando dall’evidenza di quello che succede e non da discorsi di tipo  teorico. C’è bisogno però anche di una modalità infoeducativa che faccia capire a chi non vuole vedere che l’uso di sostanze adesso è assolutamente democratico, trasversale, prende tutte le età e tutte le classi sociali, considerando in prima battuta l’abuso di alcol.
Io partirei proprio da cosa si tocca con mano: le scene aperte del consumo, i ragazzini ubriachi nei luoghi della movida. Come proviamo a ridurre il danno di queste situazioni? Facciamo un discorso più complessivo, l’eventuale stanza del consumo deve stare all’interno di un discorso più ampio,  l’alcol è la porta di entrata per le sostanze. In Italia, come paese di cultura vinicola e di produzione, è un argomento difficile da affrontare ma è indispensabile partire da questa realtà di drammatico  abuso fra i più giovani.

Intervista a Francesca Di Corpo, Responsabile servizio Unità di Strada, gestito da Open Group per ASP. Le abbiamo intervistate.
Quali sono stati i risultati più interessanti raggiunti attraverso il progetto?
Credo che il risultato principale sia stato quello di aver iniziato a dare risalto ad un argomento che in Italia viene trattato molto poco. La riduzione del danno e soprattutto lo strumento delle Drug Consumption Room (Stanze del Consumo). Un ulteriore risultato è stato sicuramente quello di poter visitare dal vivo questo tipo di servizi ed ultimo ma forse più importante quello della creazione di una rete trasversale tra i diversi soggetti della realtà di Bologna (ASP, AUSL e Open Group) in cui si possa iniziare a ragionare su possibili pratiche innovative di Riduzione del Danno da portare a Bologna. Avere la possibilità di discuterne e di provare ad organizzare delle ulteriori formazioni su questo argomento credo sia il risultato migliore che abbiamo ottenuto da questo progetto.
Quale servizio tra quelli visitati l’ha colpita di più?
Sicuramente il servizio AMOC è quello che ha avuto un impatto maggiore. AMOC è un servizio che nasce negli anni ’90 ad Amsterdam e si configura come una Drug Consumption Room Integrata, questo significa che prende in carico l’utenza a 360°. Infatti l’utente una volta che entra ad AMOC oltre ad avere la possibilità di usufruire della stanza del consumo può usufruire di tutta una serie di servizi annessi come: Drop-In, Counseling, Night Shalter (dormitorio). Gli utenti che accedono al Servizio AMOC, che non sono molto diversi dai nostri utenti di Bologna, hanno diversi bisogni a cui bisogna cercare di rispondere e il bisogno di utilizzare le sostanze è solo uno di questi. AMOC oltre alla possibilità di utilizzare le sostanze in un ambiente sicuro, sano e stress free fornisce la possibilità di avere dei pasti, farsi una doccia, avete abiti puliti etc, il che lo rende un servizio a 360° che risponde alla maggior parte dei bisogni dei propri utenti, il tutto concentrato in un unico edificio il che lo rende quasi unico nel suo genere. Va inoltre precisato che AMOC è un servizio aperto dalle 10:00 alle 17:00 tutto l’anno, questo perché come ci ha riferito il coordinatore della DCR “le persone che sono in difficoltà non vanno mai in vacanza”.
Che cosa tra ciò che ha visto potrebbe rispondere alle esigenze di Bologna?
I servizi che abbiamo visitato ad Amstedam potrebbero rispondere ad alcune delle esigenze di Bologna. Va precisato che ogni contesto ha le proprie caratteristiche. Questo per dire che non si può pensare di poter “trasportare” un servizio di Amsterdam a Bologna perché non potrebbe mai funzionare. Ciò che abbiamo visto ad Amsterdam ci può aiutare a creare le basi conoscitive per iniziare a programmare nuovi interventi che però andranno adattati e pensati per il nostro contesto.
In che modo può essere efficace un lavoro di questo tipo sull’intervento con i consumatori?
Questo tipo di lavoro dà la possibilità di iniziare a programmare nuovi tipi di interventi per i consumatori e quindi iniziare a pensare a pratiche innovative di Riduzione del Danno. Quindi avvicinare i servizi stessi ai bisogni dell’utente e non il contrario.
Come si può parlare di politiche di riduzione del danno ai cittadini?
Il primo passo è sicuramente quello di coinvolgere i cittadini fin dall’inizio nella programmazione, e non presentargli le politiche di riduzione del danno come “imposizioni”. Quando si pensa di creare un nuovo servizio di questo tipo bisogna creare una rete che comprenda i cittadini stessi per condividere dal principio quali sono gli obiettivi e anche i vantaggi per loro. Bisogna cercare di ragionare in un’ottica di WIN-WIN, cioè sia per i consumatori che per i cittadini stessi. Non si può pensare solo a rispondere ai bisogni dei consumatori altrimenti si avranno sempre delle proteste da parte dei cittadini. Questo tipo di servizi oltre a rispondere ai bisogni dei consumatori riducono i problemi di ordine pubblico e i costi, cosa di cui i cittadini normalmente si lamentano. Per riprendere una frase del Coordinatore di AMOC “Quando si parla di questi servizi ai cittadini e alle amministrazioni, non bisogna puntare al cuore ma al portafoglio” questo per dire che siamo tutti bravi a dire che abbiamo a cuore i consumatori e i loro bisogni, ma poi nel concreto si crea quello che viene chiamato “not in my backyard”, quindi “fate quello che volete ma io non devo vederlo”. L’obiettivo dovrebbe essere quello di elaborare servizi il cui impatto sia sulla cittadinanza tutta, capaci di integrare i bisogni e gli interessi sia dei consumatori che dei cittadini. Solo interventi sistemici che guardino alla complessità possono ritenersi realmente economici, efficaci e duraturi.

 

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3 Luglio, 2020

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