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Il Bilancio sociale 2019
Il Bilancio sociale 2019 – una sintesi

Il Bilancio sociale 2018
Il Bilancio sociale 2018 – una sintesi

Il Bilancio sociale 2017 
Il Bilancio sociale 2017 – una sintesi

Il Bilancio sociale 2016

Il Bilancio sociale 2015

 

Ecco la lettera del Presidente di Open Group Roberto Lippi che apre il Bilancio sociale 2019

Queste note sono state redatte in pieno lockdown. Le questioni poste riteniamo siano valide ancora oggi e forse ancor più per domani.

 marzo 2020

Scrivo queste righe da casa dove l’intero Paese è confinato per contenere il contagio da Covid e mentre aggiungo il -19, mi rendo conto che coincide con l’anno a cui si riferisce questo Bilancio Sociale e d’istinto cerco una connessione tra le due cose: che però fatico a trovare. Nel cercare di sintetizzare l’anno scorso mi sento come Marty nel film Ritorno al futuro, sbalzato improvvisamente indietro in un tempo lontano.

Certo ogni bilancio riavvolge il nastro del già fatto per consentire di guardare meglio il futuro. Ma in questi giorni è tutto più complicato. E pertanto mi perdonerete se insieme al tasto Back userò anche il tasto Forward in queste poche righe: provando a dosare il resoconto retrospettivo con quello delle prospettive da immaginare.

Perché, tra Open Group di oggi (e soprattutto di domani) e quella di ieri, c’è tutta la vertigine del futuro possibile imposta dal contagio. Tra le tante incertezze che si susseguono in questi giorni una sembra non esserlo ed è legata alla nuova concezione di spazio imposta dal distanziamento. Stiamo osservando e generando una neonata contactless society o comunque a ridotto contatto fisico. Allora è urgente chiedersi: come impatta questo fenomeno su una cooperativa come la nostra, fatta di molta prossimità e presenza sia umana che territoriale?

Non c’è bisogno di fare uno SWOT per capire che le minacce sono enormi, ma anche le opportunità possono essere straordinarie.

La sfida da ripetersi come un mantra è: come il distanziamento fisico può ridefinire gli spazi di socialità fino a farli diventare luoghi in cui si produce senso? Ho usato l’espressione distanziamento fisico perché l’espressione distanziamento sociale può essere fuorviante. Per mitigare gli effetti del Covid-19 serve rafforzare e non ridurre i legami sociali, pur salvando finché servirà, il vincolo del distanziamento fisico. Non possiamo permetterci di mortificare la socievolezza, perché questa dimensione dell’umano è semplicemente imprescindibile. Basilare. Occorre perciò cominciare a interrogarsi subito, a prescindere da quanto durerà questa crisi:

  • Il nostro ambito d’intervento quanto sarà centrale domani?
  • Il come produciamo valore va ancora bene o servirà ripensarlo?
  • Su quali asset potremo ancora contare e quali asset nuovi dovremo costruire?
  • E il nostro modello di sostenibilità economica sarà da rivedere?
  • La nostra competenza attuale sarà sufficiente?
  • E i nostri strumenti di lavoro?
  • Il nostro modello organizzativo sarà adeguato?
  • E i nostri processi di governance e di empowerment?
  • Di quanta tecnologia avremo bisogno?
  • Di quanta innovazione?
  • Quanta velocità sapremo mettere tra analisi, progettazione e azione?
  • Penseremo a sopravvivere? O a durare a lungo?
  • Cosa siamo disposti a perdere? A cosa possiamo rinunciare?
  • Quanto coraggio ci servirà? E chi ce lo darà?

Sono domande tutt’altro che reattive. Investono profondamente il senso del nostro fare impresa sociale che deve trovare nelle tante sperimentazioni approntate in questi giorni di emergenza, i nuovi tasselli di innovazione su cui costruire la Open Group di domani.

Nostro malgrado, ci è stato messo a disposizione lo stress test più duro che potesse capitarci e occorre non sprecare l’occasione e trasformare questo momento in una grande palestra d’innovazione e sperimentazione dove miscelare sapientemente visione e concretezza. E farli procedere assieme, perché possano migliorarsi reciprocamente attraverso un dialogo serrato scevro da pre-domini: della visione contro l’azione o dell’azione contro la visione. Poche storie: servono entrambe.

Alcuni profetizzano il back to basic: il ritorno all’essenziale, come se di dovesse azzerare tutto. Io credo, per quanto riguarda Open Group, che si possa partire da tre, per parafrasare il primo film di Massimo Troisi e portarsi dal bilancio del 2019 almeno due piccoli patrimoni: una più puntuale attenzione ai Goal dell’Agenda Onu 2030, decisivi per Open Group (ne parliamo nel capitolo 1.2) e una nuova prospettiva di lavoro e di creazione di valore legata alla rigenerazione in chiave culturale avviata con DumBO.

Lungo questi due binari dobbiamo costruire la mappa di quello che fa bene. E proporre le solite cose: antidolorifici o vitamine, per tutte le fragilità economiche, relazionali, psicologiche, educative, culturali, salutari. Non più nel solito modo. Perchè ormai lo si capisce chiaramente che non si tratta più di convincere le persone a volere le cose che siamo in grado di offrire, ma di offrire i servizi che la gente realmente vuole: ascoltandole e costruendo la nuova socialità che ci attende. E se è difficile immaginare il futuro vuol dire che ci limiteremo a inventarlo.

Roberto Lippi

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