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Il Bilancio Sociale 2018
Il Bilancio Sociale 2018 – una sintesi

Il Bilancio Sociale 2017 
Il Bilancio sociale 2017 – una sintesi

Il Bilancio sociale 2016

Il Bilancio sociale 2015

 

Ecco la lettera del Presidente di Open Group Roberto Lippi che apre il Bilancio sociale 2018

 

Cooperazione come driver per lo sviluppo sostenibile

“Mai una generazione prima della presente ha avuto nelle sue mani la stessa decisione se lasciar continuare la successione di generazioni o se interromperla o metterla comunque assai pericolosamente a repentaglio”. Mi sono imbattuto in queste parole scritte da Alexander Langer 30 anni fa,  qualche giorno prima che Greta Thunberg  pronunciasse il suo discorso sul clima alla COP24 di Katowice svoltosi nel dicembre 2018.

Un discorso di una ragazza di quindici anni che mi ha impressionato per passione e lucidità e che di fatto apre un’auspicabile protagonismo di quelle future generazioni, che noi in Open Group abbiamo, sin dalla nostra nascita, inserito nella nostra mappa degli stakeholder, affinché diventassero orizzonte di senso e di lungo periodo del nostro fare quotidiano.

Ma com’è potuto accadere che noi adulti e “assennati”  costringessimo i nostri figli e nipoti a lasciare la scuola per manifestare per tutti noi? Anche per la nostra sopravvivenza?

Forse abbiamo colpevolmente lasciato per troppo tempo che l’homo economicus dominasse sull’homo reciprocans. Che il fare impresa fosse in fin dei conti un fatto riassumibile nell’ultima voce di bilancio, quello delle perdite o degli utili a prescindere dalle ricadute negative (per lo più occultate) o quelle positive (per lo più date come scontate).

Oggi non è più il tempo per “Business As Usual”, cioè del “fare come se nulla fosse” perché come ci insegna l’Agenda Onu 2030 le forme del capitale sono 4 – economico, naturale, umano e sociale. Si tratta di una nuova consapevolezza che offre alla cooperazione la possibilità di affermare senza timore quello che dalle sue origini è sempre stata: un sistema economico di impianto non capitalistico. Il pilastro dell’economia civile. Una “fabbrica” di beni relazionali.

Oggi le riflessioni sulla valutazione di impatto offrono alla cooperazione l’occasione di dimostrare il suo contributo al cambiamento sostenibile di lungo periodo e finalmente un ruolo di primo piano nella costruzione di contesti sociali più equi e duraturi. Più antifragili per dirla con Nassim Taleb. Che non è la tanto abusata resilienza. “L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora.” Ecco che l’obiettivo del nostro fare impresa non è tanto resistere, ma migliorare grazie alle avversità. Nuovi bisogni emergono e si tratta di accoglierli cercando una continua trasformazione di sé per permetterci di soddisfarli.

 

Open Group è una cooperativa sociale che si occupa di persone e dei loro bisogni estesi, che Enrico Giovannini ha definito nel suo libro L’utopia sostenibile come servizi generati “a beneficio degli esseri umani e necessari alla vita economica e sociale”. Ecco che improvvisamente i nostri servizi a beneficio degli esseri umani non possono che estendere il loro perimetro includendo  anche quelli ecosistemici, che senza dubbio costituiscono anch’essi beneficio per gli esseri umani. Alla loro vita appunto.

Vorrei non essere frainteso. Qui non alludo a un nuovo posizionamento di Open Group più o meno colorato di green ma alla consapevolezza crescente che sociale e ambientale hanno bisogno di nuove linee di connessione capaci di creare valore anche economico. In questo bilancio sociale proviamo a rendicontare oltre a tutti i nostri servizi core anche i primi passi verso una sostenibilità anche ambientale che passa attraverso una rinnovata consapevolezza sui temi dell’energia e della mobilità.

In questo senso accanto al framework dell’agenda Onu 2030 considero davvero illuminante l’ipotesi di Kate Raworth che prevede nel suo L’economia della ciambella uno spazio di agibilità per l’umanità compreso tra i limiti ambientali e quelli sociali. Uno spazio che deve stimolare l’innovazione e la generazione di valore condiviso e che può costituire un banco di prova per la cooperazione tutta e per quella sociale innanzitutto.

Siamo consapevoli che una sfida di tale portata non può che passare attraverso la costruzione di sempre più strette e evolute relazioni con il pubblico e il profit, per informare le politiche che sono chiamate a favorire l’evoluzione di istituzioni, imprese e cittadini, da semplici utilizzatori finali di un territorio a protagonisti di un cambiamento all’insegna della sostenibilità economica, sociale e ambientale.

In questo senso ritengo che la cooperazione sociale, sorella povera (economicamente parlando) della cooperazione tutta, possa dare un importante contributo all’economia civile in quanto la più attrezzata nell’immane compito che attende tutti: conciliare coesione sociale e sviluppo territoriale. Uno sviluppo territoriale che non è nostalgico ritorno al “particulare” bensì laboratorio di sperimentazioni avanzate da internazionalizzare. Ci stiamo provando partecipando alla realizzazione di un percorso di design dei servizi e di formazione partecipata in Libano e in Siria in un’ottica di internazionalizzazione dei servizi di welfare, sicuramente uno degli asset più esportabili del nostro continente e della nostra regione.

In un quadro economico e politico scosso e fosco è necessario che la cooperazione venga percepita come potente tecnologia sociale, come tecnologia all’altezza delle sfide del 21° secolo. Noi ci stiamo provando da molti anni e non ci siamo ancora stancati…

Roberto Lippi

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